Valpolcevera: Notiziario n° 167 – gennaio 2024


Carissimi,

non potevamo aprire questo numero del notiziario se non con il pensiero rivolto al nostro caro Don!

Condividiamo quindi con tutti voi le parole scritte per lui e lette durante la Messa: sono parole che dimostrano tutto l’affetto, la stima e l’amicizia che Don Alberto è riuscito a seminare nella sua lunga e laboriosa vita e che, ne siamo certi, daranno al momento giusto tanti e buoni frutti!

Ci è sembrato giusto però non annullare l’introduzione al notiziario che volevamo proporvi prima del 23 dicembre: la lettera che il papà di Giulia Cecchetin ha avuto la forza e il coraggio di leggere al suo funerale… sono rivolte a tutti noi, uomini e donne, e non hanno certo bisogno di essere commentate…

Troverete poi, in fondo a tutto, una cara e vecchia conoscenza: il “CalendaMasci “per non perdere di vista le prossime attività

Dalla redazione l’augurio di un FELICE 2024 a tutti


Caro Don Alberto,

pochi giorni fa uscendo dalla tua stanza per quello che poi è diventato il nostro ultimo incontro, con gli amici presenti ci siamo interrogati su quanto tempo era che ti conoscevamo.

Siamo andati indietro nel tempo, rovistando nei nostri ricordi giovanili e di età più matura, siamo arrivati ad almeno quaranta anni fa, ma probabilmente potrebbero essere anche di più. La tua figura inossidabile al tempo che passava, sempre uguale e presente ti ha fatto diventare un riferimento non solo per lo scautismo ma anche per tutta la parrocchia di Rivarolo!

Abbiamo potuto apprezzare e sfruttare la tua delicatezza nelle relazioni mai invadente e sempre disponibile, la tua profonda e solida testimonianza di Fede rigorosa ma sempre aperta all’ascolto e attenta ai “segni dei tempi”.

Ti abbiamo trascinato in tante avventure mettendo alla prova a volte il tuo riserbo, ma alla fine ridevi e giocavi con noi.

 Il tuo zaino non era all’ultima moda ma eri sempre in testa alla marcia sulle montagne a te care: quante Messe al campo rimarranno scolpite nei nostri cuori!

Negli ultimi tempi hai dovuto abbandonare il tuo motorino e accettare passaggi in auto dagli amici per i tuoi trasferimenti. Quando venivamo a prelevarti ci organizzavi sempre delle simpatiche ‘cacce al Don’, per riuscire a trovarti nelle varie stanze dell’Istituto rigorosamente a cellulare spento o non raggiungibile. Probabilmente anche il tuo Angelo Custode ti ha dovuto cercare per un po’ quando è stato il momento di salire in Paradiso.

Ora da lassù continuerai a seguirci e a pregare per noi come hai sempre fatto, anche se dovremo rinunciare alle tue preziose immaginine che con cura stampavi e ci donavi come piccole reliquie in occasione dei nostri incontri.

Potrai dedicarci però tutto il tuo tempo perché in Paradiso non ci sono impianti o apparecchi da smontare e da controllare seguendo il tuo vizio molto ingegneristico di capire come funzionano.

Caro Don grazie per il cammino che hai condiviso con noi, non ti dimenticheremo mai, Buona Strada dalla tua Comunità di adulti scout di Rivarolo

Il ricordo dei suoi confratelli

Nella prima lettura di questa festa di san Giovanni Evangelista, che cade come sempre nella  Ottava del Natale, leggiamo la testimonianza di Giovanni che dice “quello che abbiamo  veduto e11 udito, noi lo annunciamo anche a voi”. Lui si riferisce ovviamente alla singolare  esperienza di aver vissuto a fianco a Gesù, noi adesso vogliamo raccontare l’esperienza di  Dio che è stata vivere accanto a don Alberto Cosenza. Devo dire in sincerità che una delle  cose belle di essere ispettore è proprio avere il privilegio di poter celebrare le esequie di  persone come don Alberto, ascoltare tante testimonianze su di lui e raccontarle. Non potrò io  ripetere adesso tutto quello che ho letto e sentito in questi giorni, ci sarà modo e tempo per  poterlo fare attraverso la pubblicazione della lettera in suo ricordo. Qui ringrazio soltanto  per i contributi dei suoi direttori don Sergio Pellini, don Maurizio, don Renato, don Sergio  Nuccitelli, don Gino e di tutti gli altri confratelli che hanno lasciato un pensiero: don Karim,  don Abraham, don Beppe Paperini, don Natalino Parodi, don Franco Macrì, Emanuele  Marazzato, Paolo Evelli, don Marco Cimini, don Pier Dante, don Maurizio Lollobrigida,  don Francesco De Ruvo e la sua famiglia, don Marco Tagliavini, l’ultimo ordinato qui lo  scorso giugno; e poi Marco Stoppani, oltre ovviamente alla nipote Annarosa. Non li citerò  puntualmente, mi servirò liberamente delle loro testimonianze. Del resto, tanti altri non  hanno fatto in tempo a scrivere e si faranno vivi in un secondo momento o conserveranno  nel loro cuore un ricordo di questo grande confratello. 

Alberto nacque a Roma il 25 settembre 1932 da papà Filippo e mamma Carolina Del Pinto, ultimo di 9 fratelli. Il padre, vice questore, fu trasferito al nord e don Alberto visse a Verona. È rimasto sempre attaccato a questa terra. Proprio in questi ultimi giorni a letto, rivedendo la  sua vita, don Alberto ricordava di come da ragazzo rischiò la vita per l’incoscienza per la  curiosità di voler assistere da vicino alle operazioni militari durante la Seconda Guerra  Mondiale. Alberto conobbe i Salesiani a Verona, dove fu alunno della terza ginnasio; maturò la sua vocazione salesiana, ma non gli fu consentito di  partire se non dopo aver conseguimento della laurea. Frequento l’Università di Padova dove si laureò in ingegneria industriale meccanica nel 1956. Il suo desiderio di laurearsi in fretta per poter poi seguire la sua vocazione era così forte che si applicò con grande abnegazione così da essere il più  giovane ingegnere di Italia. 

Grazie alla nipote Annarosa sappiamo che a Verona, mentre studiava, il suo poco tempo libero lo dedicava agli adolescenti della chiesa di San Luca dove era parroco in quel tempo monsignor Chiot, grande figura della storia di Verona che gli affidò i ragazzi della Azione Cattolica e i giovani della FUCI. Dopo la laurea fu richiesto dalla Dalmine di Bergamo, dove si avviava a una brillante carriera; lavorò per tre mesi, ma il suo pensiero fisso era la vocazione salesiana. Cominciò allora il prenoviziato nelle case salesiane di Genova Sampierdarena e Colle Val d’Elsa nel 1956, poi entrò in noviziato a Pietrasanta nel 1957 ed emise la prima professione il 16 agosto 1958; il post noviziato fu a Roma San Callisto dal 1958 al 1959 e poi ad Arco di Trento dal 1960 al 1961 nel sanatorio del clero a causa della tubercolosi, poi il tirocinio a Genova Quarto dal 1961 al 1963; poi la teologia cominciata a Bollengo dal 1963 al 1964 e poi per motivi di salute finita fuori dallo studentato: prima ad Alassio dal 1964 al 1965 poi a Vallecrosia dal 1965 al 1966 frequentando i seminari di Albenga e di Ventimiglia per gli esami e poi di nuovo nel sanatorio ad Arco dal 1966 al 1967; nel frattempo aveva emesso la professione perpetua a Col di Nava il 15 agosto 1964; fu ordinato presbitero l’8 gennaio 1967 da monsignor Rauzi a Trento, con una dispensa sull’intervallo canonico tra l’ordinazione diaconale e quella presbiterale a causa della sua salute precaria ma anche per consentire alla mamma ormai a fine della vita di poterlo vedere sacerdote.  Perorando  la  causa  dell’accorciare  i  tempi  dell’ordinazione  l’allora  ispettore scrisse al Rettor Maggiore don Ziggiotti dicendo: “al noviziato, nell’anno di filosofia, neidue anni di sanatorio e nei due anni di tirocinio convalescenza a Quarto ha dimostrato di  essere un premio Nobel dell’osservanza, del buono spirito e della pietà”. Preparandosi a  questi passi don Alberto – solitamente molto scarno nelle sue domande di ammissione – scrisse la sua domanda nel giorno della festa liturgica di Santa Margherita Maria Alacoque “perché essa mi ottenga una illimitata fiducia nel cuore di Gesù e nella sua mamma e mi ottenga con tutti i santi di essere un sacerdote secondo il cuore di Cristo Salvatore”. Di lui i superiori scrivevano che possedesse “un ottimo spirito ecclesiastico, di spiccata pietà il cielo che si perdeva un po’ per eccesso di analisi”.  

Dopo la laurea si iscrisse all’albo degli ingegneri nel 1968; conseguì l’abilitazione in matematica e fisica nel 1963, in tecnologia meccanica nel 1965, in elettrotecnica e misure nel 1976. 

Una volta guarito dalla turbercolosi, dal 1968 fu inviato a Genova Sampierdarena dove è  rimasto fino al giorno della sua salita al cielo. Fu preside dell’ITI dal 1968 al 1979 poi  insegnante fino al 2009 (matematica e fisica al biennio e tecnologia e meccanica al triennio).  Fu anche delegato ispettoriale delle scuole dal 1968 al 1972. 

“Corse più veloce” 

Don Alberto era, come si diceva, una vocazione adulta. Si pensi che la sua prima professione fu a 25 anni e l’ordinazione sacerdotale a 35 anni: età per quegli anni fuori dal comune. Aveva dovuto convincere la famiglia, che aveva per lui ben altre idee di avvenire e del resto le sue capacità erano tali che le speranze risultavano ben riposte. Quando partì per  il prenoviziato i suoi fratelli andarono letteralmente a riprenderlo per portarlo a casa a  Verona, ma poco dopo lui scappò e tornò di nuovo a Colle Val d’Elsa; allora la sua mamma  si rassegnò e gli permise di seguire la sua strada.  

Nel vangelo di oggi leggiamo di un episodio decisivo, dopo la Resurrezione di Gesù. Si tratta di una delle prime manifestazioni che fondano la fede nella Resurrezione. Dopo che Maria di Magdala si accorse ed ebbe annunciato la scomparsa del corpo di Gesù a Pietro e Giovanni, essi si mossero subito. Dice il Vangelo: “Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro”. Quel discepolo che l’evangelista non nomina secondo la tradizione era Giovanni stesso. Leggendo di un apostolo in corsa per noi è facile pensare a don Alberto, sempre di corsa. Molti lo hanno definito uno spirito inquieto, sempre in movimento, che non stava mai fermo. Non c’erano le scale per lui perché non le saliva ma le saltava a blocchi, spesso non c’era neanche la normale prudenza nel suo correre  in motorino o in auto. La sua non era semplice fretta, ma voglia di fare tante cose senza fare  aspettare nessuno e senza perdere un istante. Forse riteneva di aver aspettato abbastanza.  

“Si chinò, vide i teli posati là…”.   

La scena nel sepolcro e la disposizione dei teli e del sudario fanno comprendere a Giovanni  che non può esserci stato un furto del cadavere di Gesù, ma che evidentemente Egli stesso è  miracolosamente uscito dalla morte.

Il ragionamento è un dono di Dio e don Bosco stesso ne ha fatto uno dei cardini del Sistema  Preventivo da applicare nella educazione dei giovani. Don Alberto aveva questo ingegno.  Era orgoglioso di essere ingegnere e di poter mettere a disposizione le sue conoscenze per i  giovani. L’ITI di Sampierdarena è cresciuto ed ha prosperato per anni grazie a figure come  la  sua,  che  univa  alla  salesianità  una  grande  competenza  professionale  e  qualità  di  insegnamento. È sempre stato un difensore della scuola e del suo valore educativo. Ha  sempre mantenuto la voglia di studiare e di aggiornarsi e parlava volentieri e con acuta  curiosità tanto di questioni di Chiesa che di problemi tecnologici. Ma l’ingegnere don  Cosenza non era un cattedratico, sapeva abbassarsi e mettere a frutto le sue conoscenze nella  pratica, nella manutenzione generale di una casa complessa come quella di Sampierdarena  come nelle piccole riparazioni che i confratelli chiedevano. Il suo laboratorio, per la verità  non sempre ordinato, era sempre aperto.

“…ma non entrò”.   

Giovanni non cede alla tentazione di far valere la sua maggiore velocità e forse perspicacia e  fa entrare prima Pietro, che Gesù aveva indicato come il suo successore.  

Una delle parole che è stata usata di più per don Alberto in questi giorni è proprio l’umiltà.  Umiltà che non significa nascondersi, ma sapersi figli, consapevoli di aver ricevuto dei  talenti e desiderosi di metterli a disposizione per il Regno. Infatti, insieme all’umiltà e  profondamente saldata ad essa è la autenticità. Don Alberto non regalava molto a parole  superflue e non accettava facilmente complimenti che tacciava di adulazioni; ma era un  uomo di relazione vera. Lo dimostrano gli innumerevoli ex allievi che lo andavano a trovare  e le relazioni spirituali e di amicizia nei vari luoghi di apostolato da lui frequentati. Era un  uomo libero, perché pur avendo passato la sua vita salesiana a Sampierdarena non fece mai  pesare la sua esperienza ai nuovi arrivati rimettendosi in gioco in tutte le situazioni.   Considerato il suo dinamismo, gli ultimi tempi e la non autosufficienza sono stati per lui una  grande fatica, ma ha vissuto anche questo con umiltà e accettazione. 

Apostolo 

Proprio parlando del don Alberto apostolo ricordiamo, oltre all’insegnamento, il servizio  nelle parrocchie della città, in particolare quella di Rivarolo, ricordiamo la sua passione per  lo Scautismo e il MASCI, ricordiamo il suo servizio all’Equipe Notre Dame, le cappellanie  dalle suore, le confessioni al Santuario della Guardia e ultimamente anche alla parrocchia di  Sampierdarena. Tutte attività che fanno di don Alberto un apostolo a tutto tondo, una figura  poliedrica. Da Salesiano era capace di dedicarsi completamente al servizio dei giovani, in  particolare dei più poveri e ancor più in particolare sensibile alle povertà culturali. Ma era  anche apostolo di adulti e capace di incarnare il vangelo a tutti, con parole e omelie semplici  e incarnate. La sua figura ha motivato giovani a mettere a disposizione i propri talenti in  posti di responsabilità nella società ed anche alla scelta della vita consacrata. Aveva un  obiettivo: la formazione a tutti i livelli, di cui diceva: “c’è un bisogno enorme, oggi non è  più tempo di partiti ma di essere lievito nella cultura”.

“Vide e credette”: l’accumulatore di Dio 

Giovanni, una volta anche lui entrato nel sepolcro, coglie cosa sia successo e crede nella  Resurrezione del Figlio di Dio. Da lì in poi nulla sarà più uguale e, sia lui sia gli altri,  consegneranno la propria vita alla diffusione del Vangelo.  

Don Alberto aveva un solo grande obiettivo: consumarsi per il Regno di Dio. L’energia che  diffondeva nella sua interminabile giornata proveniva dal Tabernacolo, dalle ore passate in  preghiera, spesso a tarda sera, dai Rosari recitati di continuo specialmente negli ultimi anni  di vita. Paragonandolo al campo della fisica qualcuno ricordava che era un accumulatore di  Dio perché capace di riempirsi continuamente di Lui. Questo solo garantisce a ciascuno di  noi di non essere al contrario delle batterie scariche.

Comunità   

Un’altra caratteristica di don Alberto era il suo amore alla comunità. Non perdeva mai un  appuntamento comunitario… a cui arrivava puntualmente in ritardo. Era attento a ciascun  confratello; quanti hanno raccontato di essere stati accolti a Genova da lui che era uno dei  “senatori” della comunità! Il suo atteggiamento essenziale poteva risultare burbero e buono  allo stesso tempo e può essere sintetizzato da un dialogo tipo che ci racconta Paolo Evelli  quando era segretario scolastico gli chiedeva:  

“Don Alberto, mi potresti andare al Provveditorato a ritirare un plico?”  

“No, non ho tempo”.  

“Don Cosenza avrei bisogno tu mi potessi riparassi una serratura”   

“Aggiustatela da solo”. 

“Don Alberto potresti accompagnare alla stazione questo missionario?” 

“Non ho voglia!” 

“Don Alberto mi potresti….” 

“No, arrangiati!” 

Ma dopo un po’ arrivava… “allora, cosa dovrei fare?”  

Negli ultimi tempi di malattia don Alberto ha cercato sempre di essere ancora presente in  comunità e la comunità lo ha seguito quando le sue condizioni si sono aggravate. Oltre al  direttore e agli altri confratelli, don Giulio (oltre alla sig.ra Stella) lo ha seguito con tanto  amore fino alla fine. Qualche tempo fa don Alberto mi disse: “sono alla fine c’è poco da  dire; ma non sono mai solo e questo è bello, mi sento accompagnato”.

Conclusione   

Caro don Alberto, amante della tua bella Verona come di Genova, amante delle montagne,  come hanno scritto i tuoi amici del MASCI sei arrivato in vetta. Ti accolgano don Bosco e  Maria Ausiliatrice in Paradiso. Molti hanno immaginato il tuo arrivo, ora riprendendo le  discussioni con don Rinaldini, ora aiutando san Pietro nell’ingegneria, ora riparando il  cancello del Paradiso. Noi ringraziamo te per il dono che sei stato per noi e il Signore e la  tua famiglia per averti donato alla causa del Regno. Ti chiediamo di continuare a vegliarci  da lassù con il tuo sorrisetto.   


Siamo rientrati a casa da poco, alle 12.00 si è concluso il cantiere “Ciak! AnimAZIONE” di Tortona 2023.

Proviamo a mettere nero su bianco un paio di riflessioni e di idee maturate durante l’esperienza di lavoro condiviso, ben consapevoli di quanto difficile sia comunicare e trasmettere il clima, i sorrisi, le facce, gli abbracci…insomma, quanto ce la siamo goduta!

Sebbene il titolo del campo potesse evocare scenari patinati, feste danze ricchi cotillon, fin dai primi momenti abbiamo fatto sul serio immergendoci nelle esperienze pregnanti e forti dei due relatori chiamati a testimoniare il loro impegno sociale.

Dopo i saluti del Presidente Nazionale, che ci aspettavamo di ritorno da un tour intergalattico per promuovere la nascita di due comunità Masci su Marte e invece a sorpresa arrivato da casa, ha fatto il suo ingresso un tipo strambo …  

Il primo relatore che si presenta è un personaggio bizzarro, sprizza energia da tutti i pori, non riesce a stare seduto per più di 5 minuti, deve camminare per la sala mosso dall’urgenza di comunicare. Si chiama Claudio, Savi. Claudio è medico rianimatore, Diacono, 

padre, marito, cappellano del carcere di San Vittore; scout da sempre, completa gli studi in medicina e comincia a lavorare come medico rianimatore prima in corsia ospedaliera a Bergamo e poi affianca a questa attività il servizio a bordo delle auto del 118. Una forte esperienza di vita lo porta ad intraprendere studi teologici e ad essere ordinato Diacono e successivamente nominato cappellano 

del carcere di san Vittore. In carcere entra a contatto con una realtà neanche lontanamente immaginabile. Per sua stessa ammissione, sperimenta il concetto di “muro” ovvero la delimitazione di uno spazio fisico che diventa delimitazione dello spazio dell’anima. In questa condizione però, matura la consapevolezza che, se non può liberare fisicamente i detenuti, può renderli liberi nello spirito attraverso la costruzione o la ri – costruzione di percorsi di catechesi mirati e cuciti sulla persona. I confini fisici di una cella diventano orizzonti, periferie da abitare con consapevolezza e con responsabilità, soglie ed usci su cui sostare testimoniando una presenza costante ed attiva, accogliente e non giudicante. 

Nel corso della vita professionale, Claudio partecipa a missioni umanitarie nel Mediterraneo in forza alla Marina Militare: è medico a bordo delle imbarcazioni impegnate nelle manovre di salvataggio dei naufraghi durante le Operazioni Frontex e Mare Nostrum.

Inutile dire che anche in questo caso la periferia della dignità umana deve essere abitata e custodita affinché non vada smarrito il valore e la sacralità della vita.

Al Doc Claudio subentra Don Manolo che racconta il suo personale percorso verso il sacerdozio, ovvero di come affidarsi a Dio significhi superare le soglie psicologiche delle proprie paure per assumersi la responsabilità di dire sì anche quando il progetto non è così chiaro. 

Don Manolo ha condotto una vita “normalmente laica” fino ai 35 anni quando (finalmente!) stabilisce che le chiamate del Signore non potevano più essere ignorate e matura l’intenzione di entrare in seminario. Una decisione controcorrente, nel segno della rinuncia, così lontana dalla narrazione che vuole vincenti e soddisfatti a tutti i costi. 

La scelta di don Manolo ci parla di assunzione di responsabilità verso sé stessi nella dolce resa al disegno di Dio. Ci dice che il Signore non ci vuole passivi ai suoi disegni, ci chiede di essere persone che hanno il coraggio di porsi e porre domande, di cercare le risposte e affidarsi con serenità.

Alla luce di quanto abbiamo ascoltato è ben lecito chiedersi come possiamo noi nella vita di tutti i giorni abitare le frontiere della nostra esistenza, sul lavoro, in famiglia, in comunità.

Quel che abbiamo capito è che possiamo essere animatori nella società, nella Chiesa e nella comunità assumendoci la responsabilità di agire, di ascoltare, guardare con attenzione intorno a noi, accogliere avendo la sensibilità di comprendere i vissuti e le esperienze di chi ci sta vicino. Gli inglesi dicono “I care”, mi interesso, mi interessa, ho a cuore. Ecco, noi crediamo che questa locuzione serva allo scopo. 

Confesso che il compito dell’animatore non è per nulla facile, agisce ma non figura, facilita ma non si sostituisce, pone domande scomode senza poter dare risposte, si trova nella terra di mezzo a testimoniare il proprio impegno con silenziosa presenza e costanza…

Sono certa che il materiale per riflettere non ne manchi, vi lasciamo con alcune domande. Tre per la precisione:

Se non io, chi?

Se non ora, quando?

Se non qui, dove?

A voi la palla e buona strada!                                                                  Elena e Carlo


la speranza nelle parole di Gino Cecchettin

Carissimi tutti, 

abbiamo vissuto un tempo di profonda angoscia: ci ha travolto una tempesta terribile e anche adesso questa pioggia di dolore sembra non finire mai.

Ci siamo bagnati, infreddoliti, ma ringrazio le tante persone che si sono strette attorno a noi per portarci il calore del loro abbraccio. 

Mi scuso per l’impossibilità di dare riscontro personalmente, ma ancora grazie per il vostro sostegno di cui avevamo bisogno in queste settimane terribili. 

e alle istituzioni che congiuntamente hanno aiutato la mia famiglia. 

Mia figlia Giulia, era proprio come l’avete conosciuta, una giovane donna straordinaria. Allegra, vivace, mai sazia di imparare. 

Ha abbracciato la responsabilità della gestione familiare dopo la prematura perdita della sua amata mamma. 

Oltre alla laurea che si è meritata e che ci sarà consegnata tra pochi giorni, Giulia si è guadagnata ad honorem anche il titolo di mamma. 

Nonostante la sua giovane età era già diventata una combattente, un’oplita, come gli antichi soldati greci, tenace nei momenti di difficoltà: il suo spirito indomito ci ha ispirato tutti. 

Il femminicidio è spesso il risultato di una cultura che svaluta la vita delle donne, vittime proprio di coloro avrebbero dovuto amarle e invece sono state vessate, costrette a lunghi periodi di abusi fino a perdere completamente la loro libertà prima di perdere anche la vita. 

Come può accadere tutto questo? Come è potuto accadere a Giulia? 

Ci sono tante responsabilità, ma quella educativa ci coinvolge tutti: famiglie, scuola, società civile, mondo dell’informazione… 

Mi rivolgo per primo agli uomini, perché noi per primi dovremmo dimostrare di essere agenti di cambiamento contro la violenza di genere. Parliamo agli altri maschi che conosciamo, sfidando la cultura che tende a minimizzare la violenza da parte di uomini apparentemente normali. 

Dovremmo essere attivamente coinvolti, sfidando la diffusione di responsabilità, ascoltando le donne, e non girando la testa di fronte ai segnali di violenza anche i più lievi. La nostra azione personale è cruciale per rompere il ciclo e creare una cultura di responsabilità e supporto. 

A chi è genitore come me, parlo con il cuore: insegniamo ai nostri figli il valore del sacrificio e dell’impegno e aiutiamoli anche ad accettare le sconfitte. 

Creiamo nelle nostre famiglie quel clima che favorisce un dialogo sereno perché diventi possibile educare i nostri figli al rispetto della sacralità di ogni persona, ad una sessualità libera da ogni possesso e all’amore vero che cerca solo il bene dell’altro. 

Viviamo in un’epoca in cui la tecnologia ci connette in modi straordinari, ma spesso, purtroppo, ci isola e ci priva del contatto umano reale. 

È essenziale che i giovani imparino a comunicare autenticamente, a guardare negli occhi degli altri, ad aprirsi all’esperienza di chi è più anziano di loro. 

La mancanza di connessione umana autentica può portare a incomprensioni e a decisioni tragiche. 

Abbiamo bisogno di ritrovare la capacità di ascoltare e di essere ascoltati, di comunicare realmente con empatia e rispetto. 

La scuola ha un ruolo fondamentale nella formazione dei nostri figli. 

Dobbiamo investire in programmi educativi che insegnino il rispetto reciproco, l’importanza delle relazioni sane e la capacità di gestire i conflitti in modo costruttivo per imparare ad affrontare le difficoltà senza ricorrere alla violenza. La prevenzione della violenza di genere inizia nelle famiglie, ma continua nelle aule scolastiche, e dobbiamo assicurarci che le scuole siano luoghi sicuri e inclusivi per tutti. 

Anche i media giocano un ruolo cruciale da svolgere in modo responsabile. La diffusione di notizie distorte e sensazionalistiche non solo alimenta un’atmosfera morbosa, dando spazio a sciacalli e complottisti, ma può anche contribuire a perpetuare comportamenti violenti. 

Chiamarsi fuori, cercare giustificazioni, difendere il patriarcato quando qualcuno ha la forza e la disperazione per chiamarlo col suo nome, trasformare le vittime in bersagli solo perché dicono qualcosa con cui magari non siamo d’accordo, non aiuta ad abbattere le barriere. Perché da questo tipo di violenza che è solo apparentemente personale e insensata si esce soltanto sentendoci tutti coinvolti.  Anche quando sarebbe facile sentirsi assolti. 

Alle istituzioni politiche chiedo di mettere da parte le differenze ideologiche per affrontare unitariamente il flagello della violenza di genere. Abbiamo bisogno di leggi e programmi educativi mirati a prevenire la violenza, a proteggere le vittime e a garantire che i colpevoli siano chiamati a rispondere delle loro azioni.  Le forze dell’ordine devono essere dotate delle risorse necessarie per combattere attivamente questa piaga e degli strumenti per riconoscere il pericolo. 

Ma in questo momento di dolore e tristezza, dobbiamo trovare la forza di reagire, di trasformare questa tragedia in una spinta per il cambiamento. 

La vita di Giulia, la mia Giulia, ci è stata sottratta in modo crudele, ma la sua  morte, può anzi DEVE essere il punto di svolta per porre fine alla terribile piaga della violenza sulle donne.

Grazie a tutti per essere qui oggi: 

che la memoria di Giulia ci ispiri a lavorare insieme per creare un mondo in cui nessuno debba mai temere per la propria vita. 

Vi voglio leggere una poesia di Gibran che credo possa dare una reale 
rappresentazione di come bisognerebbe imparare a vivere: 

“Il vero amore non è né fisico né romantico. 

Il vero amore è l’accettazione di tutto ciò che è,

è stato, sarà e non sarà. 

Le persone più felici non sono necessariamente 

coloro che hanno il meglio di tutto, 

ma coloro che traggono il meglio da ciò che hanno. 

La vita non è una questione di come sopravvivere alla tempesta, ma di come danzare nella pioggia…” 

Cara Giulia, 

è giunto il momento di lasciarti andare. Salutaci la mamma. 

Ti penso abbracciata a lei e ho la speranza che, strette insieme, il vostro amore sia così forte da aiutare Elena, Davide e anche me non solo a sopravvivere a questa tempesta di dolore che ci ha travolto, ma anche ad imparare a danzare sotto la pioggia. 

Sì, noi tre che siamo rimasti vi promettiamo che, un po’ alla volta, impareremo a muovere passi di danza sotto questa pioggia. 

Cara Giulia, grazie, per questi 22 anni che abbiamo vissuto insieme e per l’immensa tenerezza che ci hai donato. 

Anch’io ti amo tanto e anche Elena e Davide ti adorano. 

Io non so pregare, ma so sperare: ecco voglio sperare insieme a te e alla mamma, 

voglio sperare insieme a Elena e Davide

e voglio sperare insieme a tutti voi qui presenti: voglio sperare che tutta questa pioggia di dolore 

fecondi il terreno delle nostre vite e voglio sperare che un giorno possa germogliare. 

E voglio sperare che produca il suo frutto d’amore, di perdono e di pace. 

Addio Giulia, amore mio.


Abbiamo festeggiato i compleanni …  tondi!

Una canzone recita “Un cocomero tondo, tondo

che voleva essere il più forte del mondo…”

Ecco noi il 5 novembre ne avevamo ben 5 di cocomeri! Luigi, Gemma, i Castello e Vittorina che festeggiavano i loro compleanni tondi.

Serata quindi a tutto … tondo dopo l’annuale assemblea di fine anno durante la quale abbiamo anche salutato Gemma che quest’anno proseguirà il suo cammino Masci a Quarto.

E non solo abbiamo cantato la canzone dei cocomeri, ma l’abbiamo anche ballata!

Ma non è che dovremmo trasferirci tutti a Quarto? Beh, meno male che la clinica non c’è più …

Alla cena non potevano mancare tonde polpette, tonde patate e tondi bomboloni!

Anche le nostre pance alla fine erano più tonde.

I regali?

Tonde tovagliette!!! Sui tavoli addobbi tondi….

Anche i festeggiati però ci hanno fatto un bel dono.

Ci hanno regalato alcuni pezzi della loro vita attraverso foto relative a momenti importanti.

Gli auguri del Masci sono stati improvvisati e sono finiti in una poesia…stavolta non tonda!!

Basta assemblee e discorsi profondi

oggi festeggiamo i compleanni tondi

chi mai saranno i festeggiati?

quelli tra noi più emozionati

Luigi il più giovincello

che di sicuro non è certo un fuscello

Anna una vera americana

che per amore è diventata italiana

Poi c’è Rinaldo il professore

che qua a Rivarolo ha lasciato il suo cuore

e Gemma un po’ genovese e un po’ siciliana

anche se va a Quarto non è poi così lontana

e infine Vittorina la più pimpante

che abita sopra il tabaccante

e del gruppo è la più importante

a tutti loro cosa vogliamo dire?

Se non tanti auguri a non finire!!!


La raccolta della colletta alimentare,

ovvero il promoter dei fagioli in scatola e l’unità C.A.S.F.U.

Sabato 18 novembre: la temperatura è primaverile già di primo mattino, ma almeno un soffio fresco di tramontana ci ricorda la stagione in cui siamo e ci dà la sveglia sul piazzale di Via Carnia dell’Eurospin.

Siamo già belli carichi, e d’altronde come potremmo non esserlo? Dopo le tante indicazioni, raccomandazioni, informazioni, esortazioni … ricevute dal coordinamento della colletta del Banco alimentare, che ovviamente ringraziamo per l’aiuto e l’efficienza, partiamo con la strada già spianata.

Ci mettiamo un po’ per sistemarci, ma in breve andiamo a regime e sfoderiamo tutto il campionario di scatoloni, etichette, tira nastro, volantini, bilancia, forbici eccetera …

Poi qualcun altro ci mette il carico da undici e nelle retrovie precisa, instrada, chiarisce, ovviamente preselezionando i clienti all’apparenza più pazienti.

Il tutto fra pesate, inscatolamenti e compilazione di schede ed etichette.

Il direttore del supermercato ci ha messo a disposizione un’isola di prodotti dedicati, per cui ci risulta più semplice mettere in campo la figura (udite udite!) del promoter dello scatolame (legumi, passata di pomodori …)  e altri prodotti maggiormente graditi dal Banco, come richiesto espressamente.

E quindi sì, il promoter si piazza lì davanti e non si muove più, che sembra uno stopper dei tempi antichi, quando usava ancora la marcatura a uomo, e cattura, convince, blandisce i clienti, mentre il nucleo speciale di speciale di volantinanti compulsivi non se ne fa scappare una / uno, e distribuisce, informa, sorride.

Poi qualcun altro ci mette il carico da undici e nelle retrovie precisa, instrada, chiarisce, ovviamente preselezionando i clienti all’apparenza più pazienti.

Il tutto fra pesate, inscatolamenti e compilazione di schede ed etichette.

L’affluenza è molto elevata e costante per tutto il giorno, e a tratti è quasi commovente la risposta così generosa della clientela in un quartiere non certo di élite.

L’organizzazione e il tempismo con gli autisti dei furgoni per la raccolta delle scatole è ottima.

Al termine della giornata, superato lo scoglio dei conteggi finali, la soddisfazione di aver eguagliato la raccolta dell’anno scorso è grande.

Un ringraziamento particolare va alla direzione a al personale all’Eurospin per la disponibilità e gentilezza.

Bene, articolo finito. Come dite? Beh, volete sapere cos’è l’unità CASFU? Insomma, visto che la regia del Banco si è lasciata andare a qualche inglesismo con la definizione di “promoter”, anche noi non vogliamo essere da meno, e abbiamo brevettato la “Compulsive And Smart Flyers Unit” (ce la vendiamo l’anno prossimo?).

Non è farina del nostro sacco, ma di quello di Google, quindi in caso di errori non rivolgersi a noi, prego.

Ma cosa c’è ancora? Perché l’unità sarebbe Smart? Beh, un po’ di autostima ci vuole, no? 

Marco

Eravamo presenti anche presso il supermercato CONAD del CIGE


 Incontro di Avvento al Garbo

Il 2 dicembre la nostra Comunità, presente con circa 20 persone, ha tenuto un ritiro di Avvento presso il santuario della Madonna del Garbo, guidato da padre Christofer della Fraternità di Charles de Foucauld. La giornata era cominciata con maltempo e nebbia, nel pomeriggio si è volta al sereno soleggiato ed è finita poi con uno splendido tramonto, catturato dai molti telefonini.

Il tema proposto era la Giustizia, sulla scia della veglia del Tempo Ecumenico del Creato, tratto dalle parole del profeta Amos: “Scorra come acqua il diritto e la giustizia come un torrente in piena” (Am 5,24). Il profeta Amos è stato indicato come profeta di sventura, quando ebbe visioni riguardo a Israele, in un brano che sembra scritto per il tempo di oggi: “Così dice il Signore: “Per tre misfatti di Gaza e per quattro non revocherò il mio decreto, perché hanno deportato popolazioni intere per consegnarle a Edom; applicherò il fuoco alle mura di Gaza e divorerà i suoi palazzi…” (Am 1,6-7

Il discorso di padre Christofer sulla giustizia ha evitato, pensiamo volutamente, il riferimento diretto alla stretta attualità, che purtroppo avrebbe offerto molto materiale su cui riflettere, per partire da lontano, dalle radici della tradizione ebraico-cristiana messe a confronto con quella greco-romana, su cui è nata e si è sviluppata la civiltà occidentale.

Padre Christofer ha fatto riferimento a due divinità del pantheon greco, Dike, dea della giustizia, (da non confondersi con Nike, rappresentazione della vittoria alata) e Nemesi, intesa quest’ultima come giustizia distributiva, che ripara i torti subiti, spesso vendicatrice dell’arroganza e della tracotanza dei potenti nei confronti dei deboli. Dike viene rappresentata solitamente con in mano una bilancia, per pesare il bene e il male di ognuno, e nell’altra una spada, per punire i colpevoli; inoltre la dea ha gli occhi bendati, a indicare che non guarda in faccia a nessuno nella sua imparzialità.

La rappresentazione della dea Dike così descritta è stata messa a confronto da padre Christofer con la statua della Madonna con in braccio il Bambino Gesù presente alla sue spalle sull’altare della chiesa, infatti, se da una parte il mito racconta che Dike lascia sdegnata gli uomini, colpevoli di molti mali e considerati irredimibili, per volare in cielo dove forma la costellazione della Vergine, dall’altra la Vergine Maria non abbandona al loro destino gli uomini, pur con tutti i loro difetti e le loro malvagità, ma rimane tra loro come madre benevola, sempre pronta a soccorrerli. E mentre Dike tiene in mano una minacciosa spada pronta a colpire chi sbaglia, la Vergine Maria, accogliente e materna, tiene il Bambino Gesù, re di giustizia e misericordia, che porterà l’umanità alla redenzione.

E’ seguito un tempo di riflessione personale ed una condivisione a gruppi su quanto ascoltato; è stato interessante aver avuto un approccio un po’ diverso a questo importante tema.

Ci siamo lasciati poi con l’ascolto della canzone “Solo le pido a Dios” di Leon Gieco. Queste le parole del tema di base: “A Dio chiedo soltanto che la morte non mi trovi indifferente a tutti i dolori ed i mali del mondo…” che nascono spesso da prevaricazioni ed ingiustizie.

Enzo/Pinuccia


Una bella mostra

Domenica 3 dicembre, tra la cornice frizzante e molto bella dello shopping natalizio del centro storico genovese, abbiamo visitato la mostra dedicata alla pittrice Artemisia Gentileschi che si potrà vedere sino al 1 aprile del 2024 a Palazzo Ducale. Alla mostra si possono ammirare quadri di Orazio Gentileschi padre di Artemisia, di Agostino Tassi e di alcuni pittori genovesi

E di Artemisia, che è considerata la più brava pittrice del seicento, la prima donna ad essere ammessa ad un’Accademia d’arte, è interessante anche il percorso di vita e la sua capacità di affermarsi come artista in un mondo monopolizzato dai pittori uomini. Artemisia diciottenne sarà avviata dal padre a prendere lezioni private dal pittore Tassi che abuserà di lei durante una lezione.

Questo terribile fatto porterà a un processo contro il Tassi vinto poi da Artemisia che però dovette subire anche un interrogatorio sotto tortura per verificare la verità delle sue deposizioni. Questa violenza traumatizzò la vita della giovane e condizionò la sua produzione artistica. Artemisia nonostante la società chiusa e maschilista del tempo riuscirà comunque ad emergere grazie al suo grande talento. Alla mostra possiamo vedere tra altri, i famosi quadri: Susanna e i Vecchioni, Giuditta e la decapitazione di Oloferne e l’Allegoria dell’inclinazione.

Occasione da non perdere perché la mostra di Palazzo Ducale racchiude circa 50 dipinti provenienti da tutta Europa

                                                                                                 Franca e Piero


Arriva la Luce della Pace

“Fare pace rende felici”

Anche quest’anno sono andata insieme ad alcuni membri della nostra comunità M.A.S.C.I. nel piazzale della stazione ferroviaria di Genova Principe per aspettare e accogliere la Luce della Pace. Ci siamo ritrovati con i numerosi amici di AGESCI, M.A.S.C.I. e FSE.

Questo è per me un momento importante, che attendo di anno in anno, una preziosa occasione per fermarmi e per fare una pausa dalla frenesia dei preparativi per il “finto” Natale, quello consumistico che mi spinge quasi in maniera automatica a fare acquisti, mi cattura e stordisce con luci e gesti spesso superficiali.

Nonostante l’aria pungente e il forte vento che soffia, siamo in tanti ad aspettare, radunati in un grande cerchio. Accogliamo la luce che dal 1986 su iniziativa degli Scout austriaci, viene accesa dalla fiamma della lampada perenne della Basilica di Betlemme e viene portata in tutto il mondo, come segno di speranza e pace.

Attendiamo cantando e pregando. Insieme a tutti noi quest’anno c’è anche il nostro Vescovo, Padre Marco Tasca, che con emozione condivide questa grande gioia di accogliere la speranza. La luce arriva con una staffetta proveniente da Trieste e sono Sebastian e i suoi amici ad essere orgogliosi di avercela portata. Dopo aver acceso le nostre lampade e i nostri cuori, proseguiranno verso La Spezia dove altri saranno ad accoglierli per non far mancare a nessuno questo grande simbolo di amore e fraternità, che abbiamo l’importante compito di diffondere.

Nel piazzale ci sono bambini, giovani, adulti e anziani, uomini, donne; ognuno dei presenti ha un suo motivo per esserci, perché la speranza e la Pace appartengono a tutti.

“Fare pace rende felici” è questo il tema di quest’anno che accompagna la Luce di Betlemme.

Tra i molti spunti di riflessione offerti dalle preghiere proposte nella veglia dell’accoglienza, ne colgo in particolare uno tratto da una delle omelie di Papa Francesco, che ci invita a riflettere sulla differenza tra la “pace interiore” che dà il mondo e la pace che dà Gesù; la prima è sola, egoista, costosa perché ci porta sempre a volere di più , è provvisoria e sterile e ci addormenta; la seconda è una pace che ci mette in movimento verso gli altri, crea comunicazione, è gratuita perché è dono del Signore. L’invito è a guardare dentro noi stessi per capire qual è la nostra pace, dove cerchiamo pace.

La breve veglia si conclude e dopo la benedizione di Padre Tasca, dopo un rapido scambio di saluti e auguri, ognuno di noi torna a casa, portando con sé una luce di speranza, un gesto di Pace che domani avremo il prezioso compito di portare a chi incontreremo sul nostro cammino.Raffaella F.


Masci Valpolcevera – Programma Gennaio Febbraio Marzo 2024

  • Domenica 7 gennaio:  ‘Tombola kitsch e pizza insieme’ – a partire dalle 16  in SOC Rivarolo
  • Sabato 13 gennaio ore 21:  riflettiamo insieme sui primi 4 articoli del Patto Comunitario
  • Venerdì 26 gennaio ore 21: le Relazioni in Comunità – condividiamo e giochiamo insieme  (gdl Relazioni)
  • Sabato 10 febbraio ore 21: la nostra Comunità in cammino con la Chiesa Sinodale  (gdl Chiesa)
  • Domenica 25 febbraio ‘ai Broxi’ ore 15,30: concludiamo i lavori sul Patto Comunitario e facciamo festa con cenacolo
  • Sabato 9 marzo ore 21: condividiamo il bello e le peculiarità del nostro territorio  (gdl Politica)
  • Sabato 16 e Domenica 17 marzo : proposta di bivacco in un luogo dove esprimere le nostre capacità di relazione, il nostro essere Chiesa, il nostro essere cittadini attivi e la nostra ‘cura’ per il creato  –  SERMIG Arsenale della Pace a Torino

      La data sarà confermata a conclusione degli accordi ancora in corso con SERMIG

  • Domenica 24 marzo ore 15,30: andiamo a Langasco a visitare l’azienda agricola ‘Gli artisti’  (gdl Natura)

Attività Masci Regione

Consiglio Regionale (insieme ad AGESCI): domenica 21 gennaio