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Tratto da Avvenire Giovedì
23 Maggio 2008 pag 10
A Lamezia Terme alcuni nomadi
sono soci lavoratori di una cooperativa che si
occupa della raccolta dei rifiuti sul territorio.
ANTONIO MARIA MIRA
Massimo suona il citofono del condominio.
«Signora, gentilmente può aprirmi
che devo svuotare i bidoni?». E il portone
si apre subito. Massimo, 30 anni, papà
di due bambini, è un rom, socio lavoratore
della cooperativa 'Ciarapanì', 'tenda'
nellantica lingua del popolo nomade.
Nessun problema per lui, perché qui a Lamezia
Terme i rom svuotano gli appartamenti...dai rifiuti.
Raccolta differenziata porta a porta: sì
proprio così, casa per casa. Loro, gli
zingari, trattati spesso come i rifiuti della
società, vengono a portare via i rifiuti,
quelli veri. Gentili, efficienti, professionali.
Massimo quando trova i bidoni troppo pieni, oppure
coi sacchetti per terra o ancora con allinterno
'spazzatura' (chiama proprio così lindifferenziata)
si segna tutto per fare rapporto. «Servirebbe
più collaborazione e invece cè
chi butta per terra». Ci tiene al suo lavoro
e la gente, dopo i primi sospetti, ora è
molto contenta. «Prima ci guardavano dalle
fessure delle serrande dice un altro
rom e telefonavano preoccupati al
comune: 'Ma sono zingari...'. Poi ci hanno conosciuto
e siamo diventati amici ». I giovani
rom si sentono calabresi a tutti gli effetti
e come tali vengono trattati. Una bella storia
di riscatto, di integrazione, di crescita personale
e comunitaria, che viene da lontano, dai
banchi di scuola. Ce la racconta Marina Galati
(lei non è rom), promotrice e animatrice
della cooperativa. Un cammino cominciato
venti anni fa a scuola, quando sono stati seguiti
dellassociazione 'La strada', una delle
iniziative del 'Progetto Sud' fondato da don Giacomo
Panizza, un sacerdote bresciano giunto a
Lamezia trentanni fa e ormai calabrese di
adozione (è anche condirettore della
Caritas diocesana). I bambini rom sono stati aiutati
a scuola (così come oggi). E anche le loro
famiglie. Poi, una volta cresciuti, la nascita
della cooperativa. Un bel progetto che loro
stessi hanno poi presentato in un incontro con
la popolazione. Per far capire cosa facevano e
chi erano diventati. «I nomadi spiegano
i nomadi». Tre volte a settimana passano
nei palazzi (per ora il 60% di Lamezia),
suonano al citofono, la gente apre tranquillamente
e loro svuotano i contenitori dei rifiuti.
Portano via separatamente, la carta, la plastica,
il vetro, i metalli e lorganico, pagati
dal Comune per svolgere questo importante
servizio. Non lunico. Gestiscono anche il
parcheggio dellospedale (hanno una convenzione
con la Asl). Sì, proprio i rom, accusati,
spesso a ragione, di compiere i furti di
auto, qui invece alle auto fanno la guardia. «Dove
i nomadi creano un problema sono i nomadi a risolverlo
», spiegano con orgoglio. Oltretutto il
parcheggio si trova vicino al vecchio campo dove
vivono ancora le altre famiglie rom, anche
la mamma di Massimo: «Lei è
molto contenta del mio lavoro. Gli altri allinizio
ci prendevano in giro: 'Arrivano i spazzini'.
Ma noi eravamo sulla strada per uscirne,
mentre loro hanno proseguito con furti e
lavoro nero. Ora ci guardano con invidia e qualcuno
ci chiede se gli troviamo un lavoro».
Sempre la cooperativa ha un pullman, specializzato
per ospitare disabili, lunico del Sud,
e organizza gite soprattutto per le associazioni
che si occupano di handicap. Davvero dei bei lavori,
molto utili alla città e che danno
di che vivere a 24 persone. Unimmagine diversa
nel rapporto tra la popolazione e i rom,
anche se loro dicono con forza: «Noi ci
sentiamo tutti lametini». Hanno sposato
ragazze non rom e vivono in mezzo allaltra
gente. Insomma sono normali famiglie
calabresi. E ora guardano al futuro. Così
oltre ai rifiuti e al parcheggio quattro di loro
stanno studiando per diventare installatori di
pannelli solari sulle case. Energia pulita,
lavoro doppiamente pulito. Per loro, ancora una
volta, porte aperte.
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